Il Miracolo Eucaristico di Offida

di Vittore Boccardi

Al viaggiatore che sale da Grottammare verso l’interno, seguendo strade tagliate sui fianchi delle colline, Offida appare improvvisamente – dopo alcuni borghi cresciuti disordinatamente tra i campi incolti – distesa su un crinale che la colloca al centro di un ampio panorama. Lo sguardo spazia dal monte dell’Ascensione ai Sibillini, dalla mole lontana del Gran Sasso e della Maiella giù, giù, onda dopo onda, fino all’Adriatico. Il caratteristico centro storico ancora ben conservato nella sua cinta muraria, nelle sue chiese, piazze e palazzi, ha ritrovato il gusto delle pietre antiche che ancora potrebbero fare da sfondo ai deliziosi episodi dei Fioretti di «frate Currado da Offida, mirabile zelatore della evangelica povertà e della regola di santo Francesco, fu di sì religiosa vita e di sì grande merito appo Iddio, che Cristo benedetto l’onorò, nella vita e nella morte, di molti miracoli… A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco» (XLIII).

IL SERPENTE CHE NON C’È

Sull’origine della cittadina spazzata, in questo inizio dicembre, da un freddo vento invernale che dalla rocca si insinua nelle stradine del centro e gioca sotto i portici del palazzo comunale, lo storico locale vi sciorinerà tutta la consueta congerie di ipotesi fantasiose con antenati risalenti fino ai Pelasgi (mitici come… gli eroi omerici) che dovrebbero dare lustro al luogo oggi, in realtà, più conosciuto per essere la sede dell’enoteca regionale impiantata nei locali di un antico convento…
Vi assicurerà, il nostro amico storico, che gli antichi abitanti di questi luoghi raffiguravano il loro Dio con le sembianze di un serpente e che il nome della città deriva proprio dal rettile (in greco ophis) aureo il cui nome, in tempi recenti, è toccato in sorte al teatro comunale e ad alcune attività commerciali.
Naturalmente si tratta solo di una leggenda… Se è vero, infatti, che l’archeologo offidano Guglielmo Allevi scoprì, nell’Ottocento, alcuni ruderi di un tempio nelle campagne circostanti, è altrettanto certo che non esiste testimonianza di alcun genere sul famoso dio-serpente che avrebbe dato nome alla cittadina. Anche in questo caso, dunque, più prosaicamente, il luogo – già abitato nel neolitico e poi popolato dai piceni prima di essere conquistato dai romani – deve il nome alla sua posizione di luogo fortificato,oppidum, castello appunto.
Abitata in epoca longobarda (e antefissi marmorei longobardi segnano con leggiadria angoli di chiese e di palazzi) vide un consistente sviluppo in tempo medievale, nell’orbita dei possedimenti dell’Abazia di Farfa. Diventato Libero Comune nel XIII secolo, Offida conobbe le lotte interne cinquecentesche tra guelfi e ghibellini, esaurite solo con la sua sottomissione al dominio dello Stato Pontificio.

Baccanali e devozione

«Su l’erta rupe appollaiata, Offida guarda al suo destino la vestigia d’era passata sono l’auspicio pel suo cammino, Offida terra picena». Sono due gli appuntamenti che attirano ad Offida folle di curiosi e di devoti. Il primo è il famoso carnevale offidano celebrato con il “bove finto” ed i “vlurd”, fascine di canne e paglia incendiate e portate in processione per le medievali strade selciate in un generale delirio di fuoco e lapilli che si conclude con un grande falò. Il pandemonio che si crea intorno a questi avvenimenti non ha nulla da invidiare agli antichi baccanali… visto che la folla è inebriata dal vino che viene liberamente distribuito e il tasso alcolico supera ogni limite. Il secondo appuntamento, altrettanto famoso anche di questi tempi, è la festa della Croce Santa, il 3 maggio, durante la quale si espongono le reliquie di un famoso miracolo eucaristico conservate nella chiesa di Sant’Agostino: un coppo, una tovaglia, e una croce d’oreficeria veneziana del trecento che conserva parte di un’ostia consacrata trasformatasi in carne viva e sanguinante, nella seconda metà del Duecento.

La festa, ricordata negli statuti cinquecenteschi della cittadina con dovizia di particolari, richiamava torme di pellegrini, tra i quali molti erano quelli dell’Abruzzo, i cosi detti “regnicoli” (= del regno di Napoli). Una volta giunti nella chiesa di Sant’Agostino, i pellegrini vi restavano anche la notte: gli uomini dormivano all’interno del chiostro di Sant’Agostino o sotto le logge della chiesa dell’Addolorata; le donne all’interno della chiesa di Sant’Agostino e durante la notte, le guardie comunali vegliavano, affinché nessuno le andasse a importunare. Accanto ai riti religiosi, nel 1511 papa Giulio II autorizzò una fiera che iniziava il 25 aprile e si concludeva il 10 maggio. Esente da dazi, era annunciata dal suono delle campane e dai colpi di fucile degli alabardieri.


La cappella con le reliquie del miracolo: in primo piano il coppo sovrastato dalla Santa Croce e sullo sfondo la tovaglietta insanguinata.

RICCIARELLA E JACOPO

Il miracolo eucaristico cui la festa del 3 maggio fa riferimento, avvenne nella città abruzzese di Lanciano (già sede di un altro celeberrimo evento, Il Cenacolo 4, aprile 2005) nel 1273. A portare quassù i preziosi resti fu un agostiniano del convento di Lanciano ma originario di Offida, il quale donò le reliquie ai suoi concittadini. Da allora la storia religiosa e civile di Offida è stata profondamente segnata dalla reliquia fino all’anno eucaristico appena concluso che ne ha rilanciato il culto.
Nell’archivio della chiesa offidana, si conserva una copia autentica, riprodotta dal pubblico notaio Giovanni Battista Doria nel 1788, di un «antico originale» che riportava per esteso la storia del «grande e manifesto miracolo operato da Dio onnipotente». Giuseppe Sergiacomi e, dietro di lui tutta la pubblicistica sul caso, pensa che l’antico originale sia il resoconto diretto del miracolo, steso verso il 1280 dal priore del convento di Sant’Agostino, certo padre Michele, che appare nel documento in questione come «sottoscritto».
Ma basta leggerlo, in latino, per rendersi conto che la stesura notarile riporta l’amplificazione omiletica di una testimonianza che doveva essere assai più stringata. Molti predicatori agostiniani, infatti, – e fra tutti quel padre Agostino Merli di Offida che fu, ai suoi tempi, oratore di chiarissima fama – utilizzarono più volte la storia del miracolo di Offida per chiamare a conversione e a più fervorosa pietà popolazioni di borghi e città… E tuttavia, nonostante le amplificazioni devote, la storia deve ritenersi sostanzialmente attendibile.
Le vicende, per certi versi umanissime, narrate dalla tradizione testuale summenzionata (che qui riportiamo nella traduzione di G. Sergiacomi con alcune varianti) inizia nel “regno di Puglia”, a Lanciano, con una donna disperata che si rivolge ad una fattucchiera per confezionare un filtro d’amore. «Il demonio, che con insinuazioni maligne semina sempre zizzania nel mondo, era da qualche tempo riuscito a suscitare discordia tra Jacopo Stasio e Ricciarella, sua moglie… Desiderando costei ardentemente di far cessare questa discordia per farsi amare dal marito, si rivolse a un’altra donna della città, con queste parole: “Fammi qualcosa perché riesca a farmi amare da mio marito”. Rispondendo la donna le disse “Vai e ricevuta l’ostia consacrata la metterai nel fuoco fino a polverizzarla, poi la infonderai nel cibo o nella bevanda per tuo marito affinché ti ami”».
Ricciarella «si recò da un sacerdote della città, per ricevere dalle sue mani, come comunione, l’ostia consacrata; poi, chinato il capo, la fece scivolare in seno, senza che il sacerdote se ne accorgesse, ingannandolo e credendo di potersi burlare anche di Dio, con grave danno del suo corpo e della sua anima. Portata l’ostia a casa sua, mise un po’ di fuoco in un coppo e vi gettò, vergognosamente, la stessa ostia (vero corpo di Cristo!)».


Una delle tele settecentesche, conservate in Sant’Agostino, che racconta il miracolo eucaristico.

Ed ecco il prodigio sconvolgente: «L’ostia, rimanendo in piccola quantità sotto le apparenze di pane, nel resto si convertì all’improvviso miracolosamente in carne, da cui sgorgò sangue abbondante, che si diffuse per tutto il coppo sopra il quale la donna, spaventata, cominciò a gettare cenere, a colare cera, e a comprimere con le mani perché il sangue cessasse di scorrere, come si può verificare, guardando l’ostia cambiata in carne e il coppo irrigato di sangue.
«Ma vedendo che il sangue non cessava di scorrere, né si riusciva in alcun modo a stagnarlo, Ricciarella, sempre più impaurita, prese un mantile, o tovaglia di lino, ricamata con fili di seta: v’involse il coppo con l’ostia e il sangue, portò questo involto nella stalla, e lo sotterrò dove s’ammucchiavano le immondizie e le spazzature di casa».

La povera donna, non solo non ottiene ciò che desidera ma viene addirittura accusata di stregoneria dal marito imbestialito: «Tornato la sera il marito, che si chiamava Jacopo Stasio, spingeva dentro la stalla il giumento che conduceva. Ma la bestia non voleva assolutamente entrarvi, come mai aveva fatto in passato. Finalmente, dopo essere stata frustata per molto tempo, fu costretta ad entrare rimanendo però prostrata verso quella parte dove l’ostia era sepolta, da sembrare quasi che volesse adorarla. Iacopo allora, sorpreso, cominciò a riprendere più aspramente la moglie, e, gridando forte, l’accusava d’aver fatto qualche stregoneria nella stalla, se la bestia si rifiutava di entrarvi… E così il Sacramento giacque sette anni sotto il letame, e le bestie, entrando e uscendo sempre di lato, lo veneravano».

 

«HO UCCISO DIO!»

Squassata da rimorsi sempre più insopportabili, la giovane sposa trova finalmente il coraggio di confessare il suo delitto a padre Giacomo Diotallevi, nativo di Offida, priore del vicino convento di sant’Agostino in Lanciano, a pochi passi di distanza da quella che oggi, nella città abruzzese, è indicata come il luogo dei fatti prodigiosi.
«Inginocchiata ai suoi piedi, fra molte lacrime e ininterrotti singhiozzi, proseguiva la sua confessione, ma non osava accusare quell’orrendo delitto… Il frate allora provò a lungo a interrogarla; ma quella rispondeva ogni volta che ben altro era il delitto commesso da lei. Infine il frate esclamò: “Ormai mi sembra di aver numerato tutti i più orrendi peccati, e non so più che cos’altro tu abbia potuto fare, se non che uccidere Dio”. A questo punto la donna gridò: “Sì, proprio questo, o padre, ho commesso: ho ucciso Dio! ho ucciso Dio! ho ucciso Dio!”». E finalmente Ricciarella «vincendo i singhiozzi e le lacrime», raccontò la dolorosa storia del sacrilegio.
Il frate, inorridito, dopo aver tranquillizzato la penitente, «s’accordò con lei per rimuoverlo al più presto dal luogo indegno». Così, «vi si recò vestito dei sacri paramenti; non avendo a schifo il fetore, scavò sotto il letame e trovò ch’esso non aderiva né al coppo né al panno; ma tanto l’uno quanto l’altro erano come sollevati, senza aver contatto con le immondizie. Estratto il coppo, vide che il Sacramento, il sangue e il mantile erano non solo incorrotti, ma così freschi e illesi come se vi fossero stati allora sepolti. Portò con sé il Sacramento nel monastero di sant’Agostino, dove abitava, e, dopo pochi giorni, trovato un pretesto per assentarsi, ottenne dai superiori il permesso di partire. Giunto in Offida, raccontò tutto con ordine e mostrò la preziosa reliquia – che possedeva dal 1280 – al sottoscritto frate Michele e a tutti i più illustri concittadini».
Ai lancianesi il miracolo meritò l’epiteto dispregiativo di «fria criste» (= friggi Cristo), agli offidani le reliquie del prodigio. I marchigiani, mandarono a Venezia a costruire una artistica croce «in cui collocare l’Ostia trasformata in carne insieme con alcuni frammenti del sacro Legno».
Il reliquiario sarà fuso non senza altre avventure e sarà posto in Sant’Agostino dove ancora oggi è offerto alla venerazione dei fedeli nella Cappella del miracolo.
A questa testimonianza antica, si aggiungono molti altri documenti che confermano la realtà dei prodigio e la sua venerazione ininterrotta nei secoli: numerose bolle di papi; gli statuti comunali di Offida; doni votivi, epigrafi, iscrizioni, lapidi e, forse, anche un affresco di Ugolino di Prete Ilario nella cappella del Corporale del duomo di Orvieto che illustra, in quattro quadri, un miracolo simile, per molti versi, a quello di Offida.


Il custode del Santuario di Sant’Agostino con alcune delle chiavi necessarie per aprire l’edicola delle reliquie.

TREDICI CHIAVI

In tempi più vicini a noi, quando gli Agostiniani abbandonarono definitivamente Offida nel 1962, la chiesa del miracolo fu ufficiata per alcuni anni dai padri Sacramentini e, infine, consegnata al clero secolare. Don Luciano Carducci, attuale “custode” del santuario e delle memorie che rinserra, mi guida nella scoperta delle reliquie del miracolo eucaristico. Nel coro in noce, dietro l’altare, superata una porticina a due battenti, si sale una scaletta di pietra che conduce alla cappella del miracolo eucaristico. Lassù in una edicola protetta da due robusti sportelloni in noce del sec. XV e da una cancellata in ferro, sono conservate le preziose reliquie.Una volta aperta l’edicola con l’aiuto di ben tredici chiavi, veri e propri capolavori minori d’arte medioevale, appaiono le reliquie conservate in semplici contenitori di plexigas che ne permettono una visione immediata.

Sotto la croce, il famoso reliquiario che contiene la parte di ostia convertita in carne, è posto il coppo – ove sono visibili tracce oscure che si dicono di sangue – e, sullo sfondo, la tovaglietta del XIII secolo in cui Ricciarella involse il tutto. Don Luciano, 75 anni, è testimone dell’afflusso crescente di pellegrini da varie parti d’Italia e non solo. «Sempre più numerose sono anche le parrocchie picene che concludono il corso di preparazione alla Prima Comunione portando i bambini a Offida». Questo rinnovamento della devozione alle reliquie eucaristiche ha avuto impulso con il Giubileo del 2000 quando il vescovo di Ascoli Piceno inserì la chiesa di Sant’Agostino fra le chiese giubilari della diocesi. «Due anni or sono, inoltre, – ricorda ancora don Luciano – il gemellaggio tra Offida e la città maltese di Xaghra portò il reliquiario piceno nel cuore del Mediterraneo. Nel 2004, poi, il gemellaggio tra le diocesi di Lanciano-Ortona e di Ascoli riportò per qualche tempo i sacri resti nei locali dove avvenne il prodigio del 1273». Il gemellaggio fu suggellato dal dono di un frammento della reliquia offidana attualmente conservato nell’oratorio cinquecentesco sorto sulla casa di Ricciarella, in Lanciano Vecchia. Il vento freddo ha fatto deserte le strade del borgo antico, percorse solo dalle luci del Natale. Mentre cala la sera, la cittadina picena sembra abitata solo dalle tre merlettaie di bronzo sedute nel giardinetto davanti alla rocca.

Vittore Boccardi