Graziella Carassi sulle orme di Maddalena profuga per sempre

Un avvincente viaggio analitico ed autoanalitico attraverso luoghi, personaggi, volti, voci, colori, odori, sapori di Offida.

Presso il Pio Sodalizio dei Piceni in piazza San Salvatore in Lauro 15 (Coronari) il 25 ottobre 2011 siè tenuta la presentazione del libro di Graziella Carassi Maddalena profuga per sempre (Andrea Livi Editore, Fermo, 2011, 18 euro). Oltre all’autrice sono intervenuti: Rosanna Vaudetti, Grazia Mandrelli, Giuseppe Martini e Claudia Valrio Pagan.

Di quest’ultima riportiamo qui di seguito l’intervento-recensione al libro.

Mi associo pienamente a quanto con grande efficacia è stato detto dai precedenti relatori a proposito di scrittori di memorie, biografie e autobiografie, che si sono intensificati a cavallo tra i due secoli (citerò, uno per tutti, per non allontanarmi dalle Marche, il celebre libro della marchigiana Dolores Prato, nativa di Treia).

Scriveva Giulio Ferroni nel saggio intitolato “Dopo la fine” in cui si tratteggiavano i caratteri dell’epoca cosiddetta post-moderna: “Mentre nella società circostante arretra e scompare il senso della Storia, mentre gli eventi sembrano presi nella deriva del non senso e dell’irrazionalità, lo sguardo alle tradizioni storiche sembra imporsi come sguardo ultimo e finale, una sfida a quella catastrofe”.

E in recenti dibattiti si è parlato di un rinato neo-realismo contrapposto al post-moderno, di un ritorno al “pensiero forte” contrapposto al “pensiero debole”.

In questa importante opera di Graziella Carassi i due aspetti, più che contrapporsi, vengono ad integrarsi: in essa convivono oggettività e soggettività, mondo esteriore e mondo interiore, pessimismo della ragione e ottimismo della volontà.

Ed entra in gioco, oltre all’abilità della scrittrice, tutta la perizia anche professionale, della psicanalista nell’esplorazione dell’animo altrui e proprio. Palese è anche l’attitudine a riflettere lucidamente sul proprio lavoro e renderne spesso conto al lettore rispondendo a possibili interrogazioni e obiezioni.

In primis: quale il motivo di un lamentato ritardo nella pubblicazione?

“Perché, risponde prontamente Graziella, Offida era il nodo da sciogliere”.

Infatti un sentimento ambivalente nei confronti del paese dell’infanzia (che può richiamare l’odiosoamato “natìo borgo” del grande conterraneo recanatese, può aver frenato inizialmente in lei l’impeto espressivo. Era necessario rispettare i tempi di questo viaggio analitico ed autoanalitico, di questo profondo lavoro di scavo nel passato, facendo gradatamente emergere dal pozzo della memoria luoghi personaggi volti voci colori odori sapori, allargando cerchi concentrici a partire da una figura centrale, emblematica, che l’Autrice ci evidenzia fin dal titolo del libro: Maddalena, come la peccatrice redenta da Gesù di Nazareth, donna il cui destino è segnato dalla perpetua fuga, dall’inquietudine dell’erranza (“erranza” nella duplice accezione del termine, fisica e psichica); donna che, malgrado tutte le contraddizioni e le scelte sbagliate, riesce a sedurre chiunque le si avvicini, grazie alla simpatia, la verve, l’eleganza, anche l’eccentricità.

Cito da pag. 20: “Tutto in lei era insolito: la voglia di gioire e l’esuberanza nei momenti positivi, le lamentele e i pianti nelle fasi depressive. Perché era entusiasta e disperata insieme”.

Così l’Autrice, nell’incipit del racconto, ci presenta questa donna speciale che già nella splendida foto di copertina ci appare in tutta la sua vellutata e assorta avvenenza; da Graziella bambina incontrata fuggevolmente in Offida e ritrovata dopo tanti anni a Roma, anziana e sofferente, bisognosa di tutto, specialmente di affetto.

Fatte le debite differenze, Maddalena, Lenuccia, per gli intimi, viene a rappresentare in questa lunga vicenda una sorta di alter ego dell’Autrice, un personaggio in cui specchiarsi, confrontarsi e anche indirettamente confessarsi: due vite che corrono parallele, a momenti divergono, in altri convergono, fino al punto del distacco definitivo che però può essere anch’esso ricco di senso, giacché Graziella, designata esecutrice testamentaria dei modestissimi beni dell’amica, ne garantirà la continuità materiale, spirituale ed affettiva, traendo nel contempo vitalità ed energia da tanta memoria.

La narrazione, ora in terza ora in prima persona, che inizia dalla fine e risale à rebours nel tempo tocca tutte le più significative tappe spazio-temporali della vita di Maddalena:

– La nascita (1909) e l’infanzia nell’ ancora asburgica Gorizia, figlia irregolare della fervida Caterina e dell’onesto Riccardo.
– L’abbandono forzato della città di confine (“Santa Gorizia”, come fu chiamata) dopo la rotta di Caporetto (nell’ottobre del ’17); la prigionia del padre e il trasferimento delle due donne profughe prima in Svizzera, presso la Crocerossa internazionale, in seguito nelle accoglienti Marche, e precisamente nella nobile cittadina di Offida, dove per sorte viveva la nostra Graziella, appartenente alla nota famiglia Rampioni Pellei-Carassi.
– Ma, come se non bastasse, alla guerra fa seguito la terribile pandemia della “spagnola” dalla quale Maddalena si salva solo grazie alla sollecitudine e all’abilità della madre; e ancora il difficile dopoguerra e l’ascesa del fascismo.
I primi amori e i primi grandi dolori, la morte dell’amato Fides (1927).
L’esperienza della vita cittadina ove Maddalena spera di poter realizzare i propri progetti, soprattutto in ambito teatrale: prima Ascoli Piceno, poi Roma. Ma con tante delusioni e sventure: la morte dei genitori (1938), la seconda guerra mondiale e le devastazioni tedesche, il terremoto (1943), le difficoltà del secondo dopoguerra.
L’affannosa deludente ricerca dei fratelli a lei precocemente strappati.
Infine il declino, la vecchiaia, la morte (1°gennaio 2000) e la distribuzione dei beni tra alcune associazioni caritative.

La microstoria di una donna profuga a vita, migrante da un territorio all’altro (Friuli, Marche, Roma) senza una precisa appartenenza, è immersa nella macrostoria del secolo crudele delle grandi guerre in cui anche tanti eroici combattenti marchigiani hanno pagato un alto tributo di sangue. E Graziella Carassi rende ad essi omaggio, nominandoli quasi ad uno ad uno.

La modalità stilistica dell’elencazione, della nominazione (rituale antico) in questo libro viene adottata in forma intensiva e sorprendente, con una voluta minuziosità e un apparato di documenti scritti e iconografici e di preziose foto d’epoca che fanno rivivere momenti importanti della storia d’Italia e in particolare delle Marche, episodi salienti della vita della protagonista, dell’Autrice, dei familiari e compaesani di cui sono diligentemente annotati i rispettivi dati anagrafici e le condizioni sociali. Con grande attenzione anche ai più umili aspetti della vita quotidiana, come ci ha insegnato la scuola francese delle Annales.

Un lavoro straordinario, che dà notevole risalto anche al ruolo delle donne, e tra esse in prima fila le insegnanti elementari, nell’educazione delle nuove generazioni e nelle rivendicazioni dei diritti femminili che tardavano molto ad essere riconosciuti. Un particolare approfondimento è dedicato alla Legge Sacchi del 17 luglio 1919 che prevedeva l’abrogazione della cosiddetta “autorizzazione maritale”; però il voto alle donne, il suffragio femminile era ancora di là da venire. Bisognerà aspettare il referendum e le elezioni del 2 giugno 1946.

Lungi dall’apparire un puro e semplice resoconto, la narrazione è quanto mai avvincente proprio per l’intreccio di svariati elementi eterogenei: la struttura portante del racconto che si avvale di una lingua elegante e raffinata (arricchita spesso da una terminologia specialistica); poi brani di tono più realistico estrapolati dalle “pagine di ricordi” di Maddalena, scritte da adulta, come avverte la nota, e, operazione felicissima, l’inserimento del dialetto (o meglio dei dialetti, marchigiano, veneto, friulano, anche un pizzico di romanesco) a conferire vivacità e verità ai personaggi.

L’ordine cronologico subisce continui scarti sul filo di una memoria ondivaga (volontaria o spontanea, come insegna Proust) e di una catena associativa di suoni, parole, immagini.

E le frequenti digressioni e incursioni in campo antropologico, sociologico, filologico, urbanistico, artigianale ed ergonomico, stanno ad attestare i molteplici interessi e competenze della nostra Autrice.

I luoghi abitati o visitati dai protagonisti ci sfilano dinanzi agli occhi con grande evidenza: Innanzitutto Offida, città dell’anima, con le sue piazze, le strade, le mura castellane, la celebre Santa Maria della Rocca; e le attività che fervono tra quelle mura (il lavoro degli artigiani, delle sarte, merlettaie, raccoglitrici; le iniziative dell’intraprendente Caterina nell’ambito dell’erboristeria, della bachicoltura e della lavorazione del tabacco; ma soprattutto il grande sogno di Maddalena rappresentato dal magico Teatro Serpente Aureo.
Una vita corale punteggiata anche di episodi lieti e divertenti resi più sapidi dalle espressioni dialettali e gergali, ma anche funestata da tragedie private e collettive che Graziella narra con un pathos sempre sobrio e misurato; episodi indimenticabili,come la morte della piccola compagna Rosa, del giovane Fides e del nonno materno.

Le pagine in cui si può rinvenire la più efficace sintesi di emozioni, sentimenti, significati simbolici sono quelle dedicate al Carnevale offidano: di venerdì, la tradizionale rappresentazione del Bove finte, che rievoca riti ancestrali, e di martedì grasso la fantasmagorica sfilata dei “Velurd”, le fascine di canne infuocate che seminavano euforia e panico tra la folla.

Leggiamo a pag. 178: Lenuccia “seguiva lo spettacolo da sotto le logge della Piazza, al lato della Chiesa Collegiata…lei rideva come tutti, controllando, però, un vago sentimento di tristezza: in quel rituale burlesco sentiva qualcosa di inquietante, fra l’umoristico e il drammatico: forse avvertiva indistintamente che tutta quell’allegria nascondeva un’emozione più oscura, tendeva quasi a mitigare la sensazione di morte accentuata dalla notte incombente…”.
Magistrale descrizione dello stato d’animo di Maddalena, in cui l’Autrice trasfonde le sue stesse sensazioni, sentimenti anche contradditori, ansie, turbamenti.

Ma toccherà proprio a lei di vincere “la sensazione di morte accentuata dalla notte incombente” e di “sciogliere il nodo” con questo suo libro vitale, luminoso, costruttivo, vibrante testimonianza del passato, pegno di affetto e di speranza per la sua Offida e per noi tutti, suoi ammirati lettori.

(fonte: www.abitarearoma.net -di Claudia Valerio Pagan – 25/01/2012)